IN RESIDENZA // HISTOIRE DU SOLDAT

All’interno di Residenze 2017: Sanpapié con il seguente progetto


HISTOIRE DU SOLDAT

Voce recitante Valter Malosti
Con Giuseppe Brancaccio, Sofia Casprini, Luciano Nuzzolese,
Martina Monaco, Saverio Bari, Tony Contartese
Assistenza alla regia Carla Cafiero con la collaborazione di Federica Bastoni
Assistenza alla coreografia Martina Monaco
Assistenza musicale Angelo Colletti
Produzione Fabio Ferretti
Sound design Marcello Gori
Light design Marcello Marchi
Costumi Maddalena Oriani
Scenografia Cecilia Sacchi
Regia e coreografia Lara Guidetti
una produzione Sanpapié su Commissione Stresa Festival
con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali

«Comprare vendere,

e con la morte tutto.. si ferma..

tutto? Niente. Tutto e poi niente.

Tutto é come niente.»

Charles Ramuz

L’Histoire du soldat, scritta da Stravinsky nel 1918 mentre era esule in Svizzera dopo la Rivoluzione d’Ottobre, è la sola opera che il compositore russo definisse “contemporanea”, perché mescolava musica, teatro e danza

in una forma originale e senza precedenti. Oggi, a quasi cento anni di distanza, Sanpapié esplora questa materia ricchissima alla  ricerca dell’universalità del  suo messaggio, per portare alla luce il sogno lucido di un’umanità che ha smarrito il suo sé più autentico ed è trascinata alla deriva da pulsioni di cupidigia e vanità. Opera fra le meno rappresentate del compositore russo, L’Histoire du soldat è una favola faustiana di smarrimento e tentativi di riscatto, e ancora di illusione, amore, morte. La musica è un’architettura perfetta di frammenti, cellule ritmiche e  musicali le cui origini  trascendono il tempo e lo spazio: dal corale bachiano al valzer, dagli echi di banda di paese fino alle “nuove” suggestioni del tango e del ragtime. Le parole, di Charles-Ferdinand Ramuz, sono un contrappunto ritmico e poetico, anch’esso dai molteplici registri, che fra pause ed improvvise accelerate, conduce verso l’inevitabile finale.

La commissione dello Stresa Festival diventa occasione, per Lara Guidetti, di affrontare la materia dell’Histoire con spirito analitico, per consentire agli elementi che la compongono di esprimersi nella loro purezza.

La condizione rotta, interiormente frammentata del Soldato, che rinuncia alla sua vera anima per inseguire la ricchezza, ispira un’altra divisione: quella fra corpo e voce, danza e parola. Il Soldato e il Diavolo parlano e si muovono sulla scena in costante dialogo con i loro “doppi” danzanti, a figurare l’idea modernissima di un’umanità profondamente scissa, che non trova corrispondenza in se stessa, incapace di ri-appropriarsi di un senso profondo di appartenenza.

La ricerca coreografica riprende la varietà di rimandi della composizione musicale, accostando piani visivi e fisici differenti, e facendo emergere la pluralità di sguardi che l’opera offre all’interno di una dimensione simbolica. Come in un quadro cubista, la danza manifesta punti di vista molteplici, mettendo in comunicazione una ricerca formale incentrata sulla “classicità” del movimento e un gesto rigoroso ma anche liquido e scomposto, senza rinunciare all’ironia e al gioco mimico e teatrale, nel tentativo di far vivere davvero tutte le possibili influenze e i diversi piani di lettura dell’opera.

Le scene, di chiara ispirazione “metafisica”, e i costumi, che riecheggiano Malevic e il suprematismo russo, completano una messa in scena in cui l’astrazione e la forma dialogano con una materia narrativa di grande tensione umana, in un continuo rimando fra alto e basso, concreto e astratto, colto e popolare. Il Narratore, interpretato da Valter Malosti, è invece pura vocalità, e attraversa le parole di Ramuz con un piglio da cabaret tedesco, di volta in volta con toni suadenti, sarcastici, sferzanti. La parola, mescolata alla musica e agli ambienti sonori che punteggiano la narrazione, si fa puro suono, e se è materia viva, pulsante, quando l’azione monta nei diversi incontri/scontri fra il soldato e il diavolo, diventa un sibilo che si perde nella nebbia quando il testo scandaglia certe profondità esistenziali, e mette lo spettatore di fronte alla vanità di quanto troppo spesso si insegue nella vita.

 


Foto di Lorenzo di Nozzi